Disoccupazione over 50

padova, I maggio 2012: primo maggio in piazza dei signori. (c) giorgio boato

Cosa vuol dire perdere il lavoro a 50 anni? quali sono i vissuti che accompagnano questo evento?

Possiamo suddividere i vissuti che seguono alla perdita del lavoro, in tre fasi:

  1. Incredulità: alla persona sembra impossibile che possa essergli successa una cosa del genere e si dice che comunque ne verrà fuori

2. Pessimismo: dopo vari tentativi che non portano a trovare un altro lavoro si porta a pensare che forse non si riuscirà

3. Rassegnazione: iniziano a comparire sintomi depressivi, quali ripiegamento su se stessi e perdita di speranza, per cui si pensa che non se verrà mai fuori

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Quali sono le conseguenze psicologiche?

Possono essere innumerevoli, tra cui:

  • Disturbi del sonno
  • Alterazioni dell’appetito
  • Perdita di autostima
  • Senso di fallimento
  • Ansia
  • Sintomi depressivi

La persona che si trova a fronteggiare un evento di questo tipo, si trova a dover affrontare un vero e proprio lutto, una perdita che a che fare con la propria identità professionale ma anche con il proprio ruolo sociale. In poche parole, la persona disoccupata perdendo il  lavoro, sente di aver perso anche il proprio ruolo nella società e sperimenta un vissuto di inadeguatezza e di vergogna che a lungo andare può portare all’isolamento.

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Cosa può fare la persona?

  • Non negare questo momento di vita
  • Accettarlo
  • Fronteggiarlo
  • Attivare strategie di coping

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Cos’è il coping?

Il termine coping è stato introdotto in psicologia nel 1966 da R. Lazarus con l’opera “Psychological stress and the coping process”. Nei testi di argomento scientifico il lingua italiana compare spesso non tradotto, oppure tradotto con le espressioni “fronteggiamento” o, più raramente, “gestione attiva”.

È un concetto strettamente connesso con quello di stress, infatti indica l’insieme delle strategie cognitive (o mentali) e comportamentali messe in atto da una persona per fronteggiare una situazione di stress. In altre parole, si riferisce sia a ciò che un individuo fa effettivamente per affrontare una situazione difficile, fastidiosa o dolorosa o a cui comunque non è preparato, sia al modo in cui si adatta emotivamente a tale situazione. Nel primo caso si parla di coping attivo, nel secondo di coping passivo.

Molto importante è anche la modalità che la persona utilizza per interpretare gli eventi. Questa modalità viene ben spiegata dal costrutto introdotto da Rotter (1966) del Locus of control, che può essere due tipi:

  • Locus of control interno (tutto quello che mi accade è dovuto a me)
  • Locus of control esterno (tutto quello che succede dipende da qualcosa di esterno a me: il destino, gli altri, etc)

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Le conseguenze dell’una e dell’altra modalità di pensiero sono differenti.

Nel caso del locus of control interno, la persona, pensando che ogni cosa dipenda dal proprio impegno, tenderà a mettere in atto le azioni più adeguate per raggiungere un risultato positivo (es: trovare un  nuovo impiego) che confermi le proprie capacità; nel secondo caso, la persona, pensando che ogni risultato dipenda  esclusivamente  da qualcosa esterno a se stesso, tenderà a non mettere in atto alcuna azione, ma ad adagiarsi in attesa che “qualcuno” o il “destino” cambi la sua situazione. Questo tipo di pensiero porterà risultati negativi e confermerà l’idea che è inutile attivarsi per cambiare una situazione.

Diciamo che è bene non essere estremisti e considerare entrambi i locus come metro di misura.

Quello che ho riscontrato nella mia esperienza come consulente di orientamento con target di disoccupati/cassaintegrati/in mobilità è che molte delle persone che si trovano a perdere il lavoro dopo i 50 anni si sentono spaesate rispetto a quello che gli è accaduto:

  • non sanno da dove ricominciare
  • non hanno idea del mercato del lavoro odierno
  • non conoscono gli strumenti per cercare lavoro
  • non non in grado di scrivere un curriculum e non hanno mai usato la lettera di presentazione
  • dopo una serie di tentativi falliti, perdono la speranza e non cercano più nuove opportunità
  • hanno un livello di autostima molto basso
  • utilizzano poco o male gli strumenti informatici
  • conoscono poco l’utilità dei social network

Cosa si può fare allora?

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  • Non isolarsi
  • Frequentare corsi per aggiornare o acquisire competenze
  • Farsi seguire da un esperto/a del mercato del lavoro che possa aiutare la persona a puntare sui suoi punti di forza
  • Farsi supportare psicologicamente, qualora i sintomi e le reazioni iniziali sopra descritte, dovessero prolungarsi ed aggravarsi
  • Ripartire da sè, dalle proprie competenze
  • Ripensarsi: trasformare un hobby, una passione nel nostro nuovo lavoro

Per informazioni su consulenze individuali contattatemi.

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