Essere mamma ed essere lavoratrice, si può?

Nel mio lavoro incontro moltissima gente ogni giorno e con ognuno di loro affronto un percorso più o meno lungo, e molte persone si aprono e mi raccontano la loro vita e le loro difficoltà quotidiane dalle più piccole alle più grandi, ognuno, combatte le sue battaglie. Oltre che di psicologia clinica mi occupo di orientamento e ricollocazione lavorativa (come alcuni sanno) e incontro moltissime donne che hanno dovuto rinunciare al lavoro e alla carriera per dedicarsi al lavoro più difficile al mondo, quello della mamma.

Si tratta di donne , orientativamente tra i 35 e 50 anni, che si sono trovate a dover scegliere di lasciare il proprio lavoro o di non cogliere un’opportunità lavorativa perchè in gravidanza o con figli piccoli.

Diamo qualche numero..

In Italia nel 2018 le dimissioni volontarie per genitori con figli fino a 3 anni d’età sono state 37.738. Secondo i dati forniti dall’ Ispettorato nazionale del lavoro le donne che si sono licenziate sono state 29.879.  La Lombardia è in testa con un numero altissimo di dimissioni convalidate, ben 8.850. sono molte..

Alcune donne si dicono contente e soddisfatte della loro scelta e affermano che la scelta migliore è stata quella di licenziarsi e occuparsi dei figli e della casa, altre si dicono pentite della scelta fatta perchè poi hanno trovato un’immensa difficoltà a trovare un nuovo lavoro.

Io non ho figli, ma stento a credere che non ci sia una quota di rabbia, nonostante la bellezza del poter essere mamma, e un senso di ingiustizia profondo in una scelta di questo tipo. Una scelta che nessuna donna dovrebbe trovarsi costretta a fare.

Una grande maggioranza di donne che si licenzia per fare la mamma, dopo un po’, si rivolge ad un ente pubblico o privato nella speranza di potersi riqualificare e trovare di nuovo lavoro, ma nei migliori dei casi sono passati 5 anni, in altri anche 10 e la ricollocazione diventa davvero difficile e la ricerca estenuante e frustrante. In alcuni casi quella donna si ritrova a dover cambiare del tutto il proprio sistema di valori e desideri per adattarlo alla realtà e al mercato del lavoro.

In percentuale sono sempre le donne che si trovano a scegliere tra la realizzazione lavorativa e quella familiare, molto meno gli uomini, purtroppo è così.

Alla donna viene ancora oggi delegata l’attività di cura: cura della famiglia, crescita dei figli, cura della casa, cura dei genitori anziani, etc; con le opportune eccezioni e movimenti verso una maggiore responsabilizzazione e collaborazione da parte dell’eventuale partner (questo fattore è strettamente correlato con la provenienza, la cultura, i modelli familiari e la scolarizzazione).

Da aggiungere che in questo periodo storico sicuramente il mercato del lavoro fa delle richieste molto specifiche e chi non vi rientra è essenzialmente fuori (bisogna essere giovani, con esperienza di almeno due anni in un settore specifico, essere disponibili e flessibili; il lavoro p.time non è quasi mai contemplato; dopo i 30 anni poter cambiare settore lavorativo non è quasi mai concesso neanche tramite stage) , la legge italiana non prevede supporti per le neo mamme, nè asili aziendali. Quindi la scelta è quasi sempre “obbligata”.

Quali sono le conseguenze per una donna che si trova a dover scegliere tra figli e lavoro?

  • Perdita della propria autonomia economica
  • Perdita della propria identità professionale
  • Emozioni di rabbia, tristezza, senso di frustrazione e ingiustizia
  • Senso di inutilità e perdita di valore
  • Disturbi d’ansia e/o dell’umore

Alcune donne hanno anche difficoltà ad ammettere di aver rinunciato a una parte importante della propria vita e se riescono a farlo provano vergogna.

Queste donne spesso non hanno l’appoggio delle famiglie di origine e non hanno la possibilità di pagare un nido o una tata.

Sicuramente c’è un welfare che fa buchi da tutte le parti e quando queste donne ricominciano a pensare di rimettersi in gioco, a volte è troppo tardi.

Sulla questione politica io come professionista non posso agire direttamente, (se potessi esprime un desiderio vorrei, vorrei…abbassare il costo del lavoro, tanti lavori part-time, orario flessibile e asili aziendali!), ma penso di poter aiutare queste donne a ricostruire la propria identità professionale e supportarle nella ricerca delle proprie risorse personali, prima che sia troppo tardi o quando sembra che sia troppo tardi.

Ritrovare la propria dimensione lavorativa per molte donne vuole dire ritrovare anche il proprio posto nel mondo“.

Se qualcuno di voi si trova in questa situazione, mi scriva:

tiziana.montalbano@hotmail.it

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